La storia dell’ideazione, progettazione e realizzazione a Trieste del Faro della Vittoria viene attentamente ricostruita nelle sue diverse fasi in questa monografia di Marino Zerboni.
Il monumento è legato innanzitutto alla memoria della Grande Guerra (suo fine simbolico è ricordare con la sua imponente presenza la vittoria sulla duplice monarchia e il trionfo dell’Italia) e alla corrente irredentista della società cittadina, che trova compiuta espressione nell’iniziativa di Arduino Berlam, autore del progetto e principale patrocinatore dell’impresa. Infatti l’architetto rinunciò “ad ogni qualsiasi compenso, indennizzo, diaria e simili, sia da parte dello Stato che da parte del Comitato promotore” (ben lire 10.000 del 1926). A questa cifra mai incassata aggiunse di tasca propria altre 10.000 lire al fondo per l’erigendo monumento.
Il faticoso svolgimento dei lavori – dovuto allo scontro con la burocrazia e l’impostazione autoritaria dell’amministrazione italiana – viene ripercorso nel volume con moltissime fotografie realizzate durante i lavori e ricostruito dall’autore grazie a varie fonti d’epoca, prima fra tutte le memorie del progettista, inizialmente a lungo sottovalutato e che solo accurati studi hanno riabilitato in pieno, attribuendogli il giusto rilievo nel panorama artistico e culturale locale e nazionale.
Così lo ricorda il nipote Romano Roman: “Arduino Berlam amava Trieste e ciò che la circonda. Portava il nipotino prediletto, cioè il sottoscritto, ad ascoltare i rintocchi di mezzodì del campanone di San Giusto, a visitare il Museo Revoltella (di cui era stato curatore) e quello di Storia naturale, a fare lunghe passeggiate in Carso. Una delle sue mete preferite era proprio il Faro, che lui chiamava ‘il mio grande figliolo’. Là si incontrava col capo dei lanternisti, suo grande estimatore, e mi spiegava i particolari dell’ardita costruzione e i misteri del proiettore ottico”.












